Corpi in ombra: tracce e assenze dei ragazzi hikikomori

Fiorenzo Ranieri

Questo contributo propone alcune riflessioni sul rapporto che adolescenti e giovani adulti “hikikomori” intrattengono con il proprio corpo. Le osservazioni derivano in gran parte dalla esperienza clinica personale e, in parte, dagli spunti emersi nel seminario annuale Il fenomeno Hikikomori – Una prospettiva psicoanalitica del ritiro psichico e sociale nel ciclo di vita, organizzato dal Centro Studi Martha Harris di Firenze e co-condotto con la dott.ssa Miriam Monticelli.

Il termine hikikomori fu introdotto nel 1998 dallo psichiatra giapponese Tamaki Saitō, per descrivere una forma di ritiro sociale caratterizzata da autoreclusione volontaria nella propria abitazione di adolescenti e giovani in assenza di segni clinici evidenti di disturbo mentale. Negli anni successivi la letteratura ha esplorato aspetti psicosociali, dinamiche intrafamiliari e profili psicopatologici che avevano il ritiro tra i sintomi cercando una lettura coerente al fenomeno hikikomori.

Kato e colleghi (2019) hanno proposto di collocare la condizione hikikomori lungo un continuum che comprende sia stati psichiatrici sia non psichiatrici. Questa prospettiva può spiegare l’assenza di manifestazioni psicopatologiche conclamate, ipotizzando la presenza di sintomi latenti, processi mentali inconsci e tratti di personalità non ancora strutturati in un disturbo definito. L’autoreclusione sarebbe dunque sostenuta da condizioni psicopatologiche “sotterranee”, difficili da rilevare, in altre parole “sottotraccia”.

È stata avanzata l’ipotesi di una connessione tra le prime fasi dello sviluppo intersoggettivo e i successivi comportamenti di ritiro sociale (Ranieri & Monticelli, 2023). L’osservazione di bambini molto piccoli suggerisce un continuum tra ritiro psichico e ritiro sociale, dove l’instaurarsi precoce di “rifugi della mente” (Steiner, 1993), vale a dire di una organizzazione patologica di personalità, può portare, in momenti critici del ciclo evolutivo, a condotte di isolamento marcato. Il “governo” più o meno totale del mondo psichico da parte di una organizzazione patologica di personalità implica non solo l’allontanamento dal mondo, ma anche una sorta di scomparsa del corpo come entità identitaria e intersoggettiva.

L’analisi di una trentina di casi clinici ha evidenziato alcuni aspetti ricorrenti nel rapporto con il corpo nei soggetti hikikomori: la vergogna per la propria immagine corporea; la creazione di corpi alternativi attraverso avatar digitali; un ciclo sonno–veglia fortemente alterato che privilegia il buio della notte; l’evitamento sistematico dello sguardo altrui, talvolta mediante l’uso di capelli lunghi a coprire occhi e fronte; il disinteresse per l’abbigliamento e, più in generale, il desiderio che il corpo resti “silente”, non intrusivo. Coerentemente con questa posizione, vengono evitati comportamenti che “danno voce” al corpo. Nel gruppo clinico a cui si fa riferimento non sono stati osservati tatuaggi e piercing, condotte di autolesionismo non suicidario (NSSI), disturbi alimentari se non, sporadicamente, “sottotraccia”. Anche lievi variazioni dello stato corporeo, come un breve periodo di insonnia o un disturbo gastrointestinale, sembrano essere vissute come fortemente perturbanti da un punto di vista emotivo.

Un piccolo sottogruppo tra i casi clinici presi in considerazione ha rappresentato una sorta di eccezione al ritiro. Questi pazienti interrompevano l’isolamento praticando attività sportive regolari: palestra, sport estremi, allenamenti di pallavolo o di calcio. Lo sport, in questi casi, sembra offrire un contesto relazionale codificato, con regole chiare, ruoli definiti e interazioni a durata limitata, riducendo l’imprevedibilità della socialità ordinaria. In tali circostanze, il corpo non viene esposto per come appare, ma valorizzato per ciò che fa. L’attività sportiva individuale (palestra, sport estremi) in alcuni casi rinforzava i tratti narcisistici legati all’efficienza e alla forma fisica, mentre con lo sport di squadra (pallavolo, calcio) ha costituito una sorta di “zona relazionale di continuità”, facilitando il miglioramento relativamente rapido del quadro clinico.

La reazione controtransferale del terapeuta può talvolta assumere la forma di un enactment che collude con la necessità del paziente di escludere il corpo dalla relazione (Ranieri, 2018). Per questo, mantenere viva nella mente la presenza corporea del paziente diventa un elemento cruciale per comprendere i processi mentali sottesi alla condotta di ritiro e per orientare il lavoro clinico.

Bibliografia

Kato, T. A., Kanba, S., & Teo, A. R. Hikikomori: multidimensional understanding, assessment, and future international perspectives. Psychiatry and clinical neurosciences, 2019, 73(8), 427-440.

Ranieri, F. (2018). Psychoanalytic psychotherapy for hikikomori young adults and adolescents. British Journal of Psychotherapy, 34(4), 623-642.

Ranieri, F., & Monticelli, M. (2023). Seeking the origins of psychic and social withdrawals: warning signs in the observations of young children. Infant Observation, 26(1-2), 45-62.

Saitō T. (1998). Shakaiteki hikikomori: owaranai shishunki  Tokio: PHP Shinsho. [(2013) Social withdrawal: a neverending adolescence. Minneapolis: The Universiy of Minnesota Press].

Steiner, J. (1993). Psychic Retreats: Pathological Organizations in Psychotic, Neurotic, and Borderline Patients. London: Routledge.

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