Articolo: “Psicoterapia indiretta con genitori di adolescenti e giovani adulti hikikomori”

Fiorenzo Ranieri

La rivista “Psicologia Clinica dello sviluppo” (il Mulino ed.) ha pubblicato l’articolo “Psicoterapia indiretta con genitori di adolescenti e giovani adulti hikikomori” sul primo numero del 2026 (in Early Acces  raggiungibile all’indirizzo: https://www.rivisteweb.it/doi/10.1449/119833 ). Di seguito riporto la versione “pre-print” inviata per il referaggio.

Psicoterapia indiretta con genitori di adolescenti e giovani adulti hikikomori

Abstract:

Questo articolo presenta un approccio psicodinamico al lavoro con le famiglie di adolescenti e giovani adulti che vivono una condizione hikikomori, una forma specifica di estremo ritiro sociale. I giovani con hikikomori rappresentano una sfida delicata per i professionisti della salute mentale, soprattutto quando rifiutano il contatto diretto con i clinici. In questi casi, il lavoro terapeutico con i genitori diventa spesso l’unico intervento possibile. Il metodo della psicoterapia indiretta è un intervento incentrato sui genitori che rispetta il rifiuto del trattamento da parte dell’adolescente e mira a ridefinire le dinamiche relazionali all’interno del sistema familiare. Questo processo cerca di stabilire un’alleanza con i genitori e di coinvolgerli gradualmente nel confronto con l’oggetto interno del “figlio”, spesso idealizzato ma emotivamente trascurato. Se efficace, questo approccio può catalizzare cambiamenti significativi nella famiglia e, indirettamente, nell’adolescente. L’articolo si conclude con la presentazione di alcune vignette cliniche.

Parole chiave: psicoterapia indiretta, intervento focalizzato sui genitori, hikikomori, terapia psicodinamica, ritiri psichici

Indirect Psychotherapy With Parents of Adolescents and Young Adults With Hikikomori

Abstract:

This article presents a psychodynamic approach to working with families of adolescents and young adults experiencing hikikomori, a specific form of extreme social withdrawal. Young individuals with hikikomori present sensitive challenges for mental health professionals, particularly when they refuse direct contact with clinicians. In such cases, therapeutic work with the parents often becomes the only feasible intervention. The method of indirect psychotherapy is a parent-focused intervention that respects the adolescent’s refusal of treatment while aiming to redefine relational dynamics within the family system. This process seeks to establish an alliance with the parents and gradually engage them in confronting the often idealized yet emotionally neglected internal object of the “child.” When effective, this approach can catalyze meaningful changes in the family and, indirectly, in the adolescent. The article concludes with the presentation of several clinical vignettes.

Keywords: indirect psychotherapy, parent-focused intervention, hikikomori, psychodynamic therapy, psychic retreats

Introduzione

Questo articolo nasce dal tentativo di esplorare le esperienze emotive e le dinamiche relazionali all’interno delle famiglie in cui un adolescente manifesta un comportamento di ritiro sociale, in particolare il rifiuto di uscire di casa in assenza di una diagnosi psichiatrica formale. Mentre il ritiro sociale è ben documentato nella psicopatologia clinica e viene spesso considerato un sintomo all’interno di varie condizioni psichiatriche (Morese et al., 2020), un numero crescente di adolescenti sembra ritirarsi non a causa di schizofrenia, disturbi dello spettro autistico, disabilità intellettiva o disturbo depressivo maggiore, ma per motivazioni che sfuggono a una tradizionale categorizzazione diagnostica (Ranieri, 2018).

Il termine hikikomori, mutuato dalla letteratura clinica giapponese e ora incluso nel DSM-5-TR (APA, 2023), denota un fenomeno distinto di isolamento prolungato e volontario. Un numero crescente di studi ha indagato l’hikikomori come una condizione influenzata culturalmente ma rilevante a livello globale (Li & Wong, 2015; Neoh et al., 2023). Una interessante prospettiva, avanzata da Kato et altri (2019), ipotizza che il fenomeno hikikomori si collochi lungo uno spettro che oscilla tra stati psichiatrici e non psichiatrici.

Nei resoconti clinici i giovani hikikomori spesso mostrano un precoce intreccio simbiotico con la madre, mentre la figura paterna rimane emotivamente marginale. Questa fusione materna persistente ostacola la capacità dell’adolescente di separarsi psicologicamente e di sviluppare un’identità autonoma (Krieg & Dickie, 2013). Il concetto di amae di Takeo Doi (1973), ovvero il desiderio di dipendere dall’altro in modo indulgente e infantile, è particolarmente utile per comprendere le relazioni primarie del futuro giovane in ritiro. Alcuni autori interpretano la condizione hikikomori dell’adolescente come un aggrapparsi estremo e regressivo alla madre, un rifiuto dell’autonomia adulta e della realtà oggettiva (Hairston, 2010). Altri sostengono che l’isolamento autoimposto rappresenti un appello tardivo e inconscio per un amae negato nella prima infanzia, quando l’ambiente di cura era percepito come emotivamente freddo, strumentale o trascurante (Bowker, 2022).

Psicoterapia indiretta con i genitori

Sebbene studi recenti suggeriscano che le prime interazioni familiari possano già rivelare segni premonitori di un futuro ritiro (Ranieri & Monticelli, 2023), le famiglie di solito vivono l’improvviso isolamento dell’adolescente come un evento scioccante e disorientante. I genitori spesso descrivono come brusco e inspiegabile il ritiro del figlio nella propria camera da letto, una netta discontinuità rispetto alle fasi di sviluppo precedenti. In molti casi l’adolescente è stato nelle fasi precedenti del proprio ciclo di vita al centro di un intenso investimento narcisistico da parte dei genitori. La sua metamorfosi inverte la dinamica della dipendenza: da protagonista del riscatto o della soddisfazione di ambizioni non espresse a figlio da accudire, nutrire, nascondere. Per l’adolescente il ritiro si accompagna ad una vergogna insopportabile. Il divario tra la sua condizione attuale e le aspettative della famiglia diventa psicologicamente intollerabile. L’autoreclusione dell’adolescente è un tragico appello all’intimità relazionale distorto mostruosamente dal conflitto interiore. La vergogna presto prevarica il desiderio trasformandolo in disgusto per se stesso. Fallisce così il tentativo di essere visto. il ritiro psichico non è un sintomo di apatia, ma è il segnale di stati interni insopportabili da cui l’adolescente si difende con la autoreclusione (Iwakabe, 2021).

Il lavoro terapeutico con adolescenti hikikomori e le loro famiglie è complesso e richiede frequentemente un approccio multidisciplinare. Come altri adolescenti in grave disagio emotivo l’adolescente o il giovane adulto possono rifiutare il contatto diretto con gli operatori della salute mentale. Diventa così importante sviluppare modelli di intervento che prevedano il lavoro esclusivo con i genitori (Trevatt, 2005; Jarvis, 2005). Il lavoro con i genitori può portare a cambiamenti significativi nelle dinamiche familiari, che a loro volta si riverberano nella vita psichica dell’adolescente ritirato, anche quando il giovane rimane fuori dalla stanza di consultazione dello psicoterapeuta (Novick & Novick, 2011).

Il modello che adotto si ispira a concetti precedentemente descritti come “psicoanalisi senza il paziente” (Modigliani, 1981; Carbone, 1992) o “psicoterapia indiretta” (Carbone, 2016). Il fondamento teorico di questo approccio si fonda sull’ipotesi che le fantasie primitive e le identificazioni proiettive del figlio, inizialmente dirette verso i genitori, possano essere modificate attraverso una trasformazione autentica nella rappresentazione mentale e nel funzionamento emotivo dei genitori stessi (Carbone, 2005). Questo lavoro non è affatto semplice. I genitori spesso giungono in terapia in uno stato di angoscia profonda. In alcune coppie, questa sofferenza è condivisa. Più frequentemente, tuttavia, si manifesta una frattura: un genitore resiste alla ricerca di aiuto minimizzando il ritiro del figlio difendendolo come temporaneo o benigno; l’altro genitore viceversa può essere sopraffatto dall’ansia e adottare strategie di controllo o addirittura coercitive, talvolta culminanti in scontri aperti anche fisici con il ragazzo. Queste posizioni polarizzate spesso riflettono dinamiche familiari radicate nel tempo che possono avere entrambi radici nell’ambiente relazionale primario, in particolare l’invischiamento materno e il disimpegno emotivo paterno (Ranieri & Luccherino, 2018).

Il compito iniziale del terapeuta è riconoscere e contenere la sofferenza di tutti e due i genitori, sia che si manifesti attraverso la negazione o l’iperattività. Viene così attribuita dignità e significato alle esperienze di entrambi i genitori (Rustin, 2018). Questo riconoscimento condiviso può stabilire un terreno comune minimo su cui la coppia può iniziare a collaborare nello spazio terapeutico. Un secondo compito essenziale è un intervento psicoeducativo che illustri la condizione hikikomori con informazioni corrette e non giudicanti, attingendo sia dalla letteratura clinica che dall’esperienza del terapeutica. Spesso i genitori hanno narrazioni divergenti sul comportamento del figlio guidate prevalentemente da penosi vissuti emotivi. Informazioni neutre e basate su dati di fatto possono attenuare proiezioni che dipingono il ragazzo come malvagio o semplicemente “pigro”, offrendo la prospettiva di un comportamento a difesa di angosce insostenibili.

Un passaggio cruciale è quello di aiutare i genitori a comprendere che il figlio non è semplicemente oppositivo ma che sta cercando di proteggersi da un intenso tumulto interno. La stanza del ragazzo è diventata un “rifugio psichico” (Steiner, 1993), uno spazio concreto e allo stesso tempo simbolico che protegge dalla frammentazione, dalla perdita del sé e da stati mentali catastrofici. Quando i genitori riescono a cogliere questo processo dinamico spesso iniziano poco dopo a riferire cambiamenti sottili in casa: un’atmosfera familiare un po’ più serena, momenti di dialogo, una riduzione della tensione.

Dall’osservazione clinica e dalle testimonianze dei genitori, sembra che gli adolescenti hikikomori nutrano intensi sentimenti di colpa e allo stesso tempo risentimento nei confronti dei genitori. Pur percependosi come un peso o una fonte di angoscia, si sentono anche profondamente feriti emotivamente. La consapevolezza che i genitori stanno ricevendo supporto terapeutico può offrire all’adolescente una forma di sollievo vicario, la sensazione che qualcosa venga riparato (Pietropolli Charmet, 2000; Lancini, 2007).

Nel corso del tempo, il focus delle sedute spesso si amplia. Le discussioni possono arrivare a includere la relazione di coppia, i fratelli, l’intera famiglia e la vita quotidiana. È interessante notare che cambiamenti significativi nell’adolescente, come la partecipazione ai pasti familiari o la ripresa dei contatti con i coetanei, sono frequentemente riferiti incidentalmente, come se avessero una importanza marginale. Eppure questi cambiamenti segnalano spesso la riattivazione di processi evolutivi rimasti congelati a causa del ritiro sociale.

Quando la psicoterapia indiretta è efficace, i genitori sviluppano una maggiore capacità di mentalizzare lo stato interno del figlio e di tollerare le ambiguità e i limiti della condizione hikikomori. Questa accresciuta capacità della funzione riflessiva spesso catalizza cambiamenti significativi non solo nelle dinamiche familiari ma anche nella possibilità dell’adolescente di reintegrarsi nella vita relazionale e evolutiva. Nei paragrafi successivi illustro questo processo attraverso alcune vignette cliniche.

Vignetta 1

I genitori di G, un ragazzo di tredici anni, richiedono con urgenza un colloquio psicologico a seguito della sospensione della frequenza scolastica da circa tre mesi, a partire dalle vacanze natalizie. Di seguito riporto una sintesi del primo incontro.

I genitori raccontano che la comunicazione con G sembra essersi interrotta. Il ragazzo trascorre le giornate prevalentemente chiuso in camera, impegnato in giochi online con coetanei. Gli unici contatti sociali preservati sono legati all’attività sportiva: G frequenta regolarmente gli allenamenti di pallavolo.

L’episodio scatenante del ritiro sembra legato a contrasti con l’insegnante di spagnolo che lo avrebbe sollecitato in modo brusco a completare i compiti. Nelle altre materie G è uno studente brillante. Dopo l’episodio la frequenza scolastica si è progressivamente ridotta, fino all’interruzione totale. Al mattino G finge di prepararsi per uscire, invita un genitore, di solito il padre, ad attendere in auto, ma non varca mai la soglia di casa. I genitori descrivono questo rituale vissuto quotidianamente come doloroso e frustrante.

I genitori raccontano poi che G sembra aver sofferto molto per l’allontanamento di un amico storico, conosciuto sin dall’infanzia. È un vuoto che il ragazzo non è riuscito a colmare. I compagni di classe non hanno mostrato segnali di vicinanza durante il periodo di assenza, alimentando un senso di isolamento. Al contrario, l’impegno sportivo rappresenta uno spazio vitale e significativo. Altri impegni sociali, come il catechismo, sono stati abbandonati.

A casa, i genitori riportano una significativa difficoltà nel coinvolgere il figlio. G si isola, salta spesso i pasti e si è rifiutato di partecipare al colloquio con lo psicologo. La scuola ha recentemente comunicato che, a causa delle assenze, G rischia la non ammissione all’esame di terza media. Questa informazione ha prodotto una reazione temporanea con la ripresa della frequenza, seguita però da una nuova interruzione.

Durante il colloquio, i genitori descrivono G come un bambino un tempo solare, socievole e motivato, sia nelle relazioni sia nel rendimento scolastico. Nonostante l’attuale ritiro, il ragazzo ha manifestato interesse per il proseguimento del percorso scolastico, scegliendo autonomamente un istituto tecnico per le scuole superiori, apprezzandone in particolare i laboratori. La scelta non è stata influenzata dai compagni.

I genitori riferiscono di sentirsi smarriti e incapaci di comprendere il vissuto del figlio. Propongo loro un percorso psicologico con incontri settimanali per esplorare le dinamiche familiari e comprendere le possibili funzioni del ritiro. Suggerisco l’ipotesi che G possa sperimentare un profondo senso di vergogna anche di fronte a piccoli fallimenti e che l’immersione nel gioco online rappresenti una strategia rassicurante per ricostruire un senso di efficacia e appartenenza. Formulo inoltre l’ipotesi che il ritiro relazionale fosse già in atto in forma mascherata all’interno della scuola, dove G avrebbe gradualmente costruito una sorta di “bolla” intorno a sé, rendendosi emotivamente indisponibile prima ancora dell’interruzione formale della frequenza. La chiusura in camera appare come il prosieguo di un isolamento già operato psichicamente.

Comunico ai genitori che anche un contatto in ambulatorio potrebbe svilupparsi gradualmente, eventualmente partendo da un incontro online, come già accaduto con altri adolescenti in situazioni simili. Introduco il termine hikikomori per aprire una riflessione condivisa su modalità contemporanee di espressione del disagio giovanile. La madre, fino a quel momento trattenuta, manifesta apertamente la propria angoscia. Accolgo i vissuti di angoscia e sottolineo quanto tali condotte siano frequenti tra gli adolescenti e quanto sia utile affrontarle senza colpevolizzazioni.

Concludiamo fissando un nuovo appuntamento. Invito i genitori a rispondere a eventuali domande del figlio sul colloquio, precisando che, al momento, non è necessario che partecipi.

Dopo questo colloquio incontro i genitori per circa tre mesi. Inaspettatamente dopo una decina di incontri G chiede di partecipare ad una seduta con i genitori e poi aderisce al mio invito a venire da solo in psicoterapia. Chiudo il percorso con i genitori. Dopo un numero complessivamente limitato di colloqui G riprende il percorso scolastico e progressivamente le relazioni con i pari.

Vignetta 2

M è un ragazzo di sedici anni in condizione di ritiro sociale. Il padre si è sempre occupato di lui in modo esclusivo, poiché M ha perso la madre in tenera età. Ha due fratelli maggiori, ormai adulti e autonomi. Il ritiro sociale è pressoché totale: M mantiene solo occasionali incontri pomeridiani con alcuni ex compagni di scuola. Il percorso scolastico è stato interrotto al compimento del sedicesimo anno di età.

Dopo un primo colloquio M accetta di intraprendere un percorso psicoterapeutico a cadenza settimanale. Tuttavia, circa quattro mesi dopo, decide di interrompere la terapia, dichiarando di essere ora in grado di uscire di casa e di voler riprendere la scuola. Segue un rapido ritorno alla condizione di ritiro sociale. In risposta a questa nuova fase, propongo al padre di partecipare a colloqui quindicinali.

La prima fase del lavoro con il genitore è dedicata a una riflessione condivisa sul significato dell’interruzione e del successivo peggioramento. Emergono sentimenti comuni di fallimento e di angoscia rispetto alla sorte di M. Riflettiamo su cosa possa rappresentare il ritiro sociale per il figlio. Il padre riferisce che, per tradizione familiare e per storia personale, ha sempre ritenuto imprescindibile per i propri figli il conseguimento di un diploma di scuola superiore. Tuttavia, nel corso degli incontri, prende gradualmente consapevolezza dei bisogni del figlio di costruire un’identità autonoma, anche in contrasto con i suoi desideri e le sue aspettative.

Con il progredire delle sedute, si osserva una ripresa di alcune attività sociali da parte di M, che comincia a frequentare con maggiore regolarità un gruppo selezionato di amici. Dopo circa un anno dall’avvio dei colloqui, M propone al padre di iniziare a lavorare in fabbrica, seguendo l’esempio del fratello maggiore. Il padre accetta, pur sapendo che ciò comporta l’abbandono definitivo del percorso scolastico.

Nel corso delle sedute, si evidenziano i cambiamenti del padre nel rapporto con il figlio, e si riflette su come tali cambiamenti possano aver contribuito al progressivo superamento del ritiro sociale. M inizia a lavorare come apprendista e mantiene relazioni costanti con il proprio gruppo di pari. Dopo circa un anno e mezzo dal primo colloquio individuale con il genitore, si concorda la conclusione del percorso.

VIGNETTA 3

Ho conosciuto i genitori di B durante la prima ondata pandemica. Ci siamo incontrati online: una scelta dettata dall’urgenza di parlare del figlio, un giovane adulto che da diversi mesi si è ritirato nella propria stanza rifiutando ogni contatto sociale.

B è il maggiore dei tre figli nati a poca distanza l’uno dall’altro. Il ragazzo ha due sorelle. Dopo alcuni anni di autonomia durante i quali B ha frequentato l’università in un’altra città, il giovane ha fatto ritorno a casa e progressivamente si è isolato non uscendo, evitando i pasti, comunicando poco, sveglio per lo più di notte immerso nel mondo dei videogiochi. Genitori e sorelle mormorano che questo cambiamento è stato determinato da una delusione d’amore, ma non c’è nessuna certezza a riguardo. Un precedente incontro della intera famiglia con uno psicoterapeuta familiare alla quale B ha partecipato malvolentieri non è andato oltre la prima seduta.

Nel nostro primo incontro online propongo ai genitori di iniziare un loro percorso terapeutico. B infatti ha rifiutato ogni forma di aiuto diretto. Le sedute con la coppia proseguono per diversi mesi a distanza. I genitori apparivano coinvolti e focalizzati quasi esclusivamente sul comportamento del figlio. Con il tempo, il focus si amplia. Emergono le traiettorie personali di ciascuno dei due genitori e le dinamiche fraterne che si vanno sviluppando in un contesto familiare in profonda trasformazione, in cui ogni componente della famiglia si confronta con la separazione e con i compiti evolutivi dell’ingresso in età adulta.

Durante l’estate successiva, gli incontri si svolgono in presenza. Pur continuando a vivere ritirato, per i genitori B è più attivo in famiglia. La coppia inizia a esplorare il significato delle relazioni tra familiari. Per i genitori tuttavia l’obbiettivo principale rimane l’avvio di una psicoterapia individuale per B. Propongo allora di incontrare online individualmente i tre figli. B si rifiuta mentre le sorelle accolgono con entusiasmo l’invito. I loro racconti mi offrono uno sguardo prezioso sulla complessità emotiva del sistema famiglia.

Nel lavoro con la coppia emergono tematiche legate alla genitorialità, alla colpa e alla trasmissione transgenerazionale. La madre evoca sentimenti ambivalenti sperimentati nei primi anni di vita di B e il difficile rapporto con la propria madre. Il padre ricorda invece i primi anni di B come un periodo segnato da depressione e distanza emotiva. Queste narrazioni gettarono luce su dinamiche implicite che hanno inciso precocemente sulle relazioni familiari.

Anche l’organizzazione dello spazio domestico sembra rivestire un ruolo simbolico. La famiglia abita un complesso di tre case contigue, costruito dai nonni materni, in cui convivevano i nuclei della famiglia allargata, i nonni di B (ora la sola nonna) con i due figli. La madre esprime in seduta il senso di ingiustizia rispetto al trattamento riservato al suo unico fratello, figlio maschio prediletto. Il padre di B racconta di essersi sentito spesso marginale in un contesto familiare che non lo aveva mai realmente accolto. In questo scenario capisco che B è stato investito di aspettative poco consapevoli di rivalsa del ramo familiare “cadetto”.

Con il procedere del lavoro, pur rimanendo invisibile, B diventa una figura psichicamente presente nelle sedute. Il legame terapeutico con i genitori si consolida e cominciano a emergere nuovi assetti rappresentazionali. Verso la fine dell’anno B inizia a partecipare, sporadicamente, ai pasti familiari. La coppia oscilla tra speranza e timore di “rovinare tutto”. In questo clima di fragile apertura, propongo una visita a domicilio. So che B non parteciperà direttamente, ma ritengo che il semplice fatto di introdurre una funzione terapeutica nello spazio domestico possa costituire una azione trasformativa.

Quando arrivo a casa della coppia B rimane chiuso nella propria stanza. Le sorelle mi accolgono calorosamente, e parlammo a lungo nel corridoio, appena fuori dalla porta della camera di B. Durante l’incontro, i genitori si eclissano in altre parti della casa. Ho l’impressione che B possa ascoltare: una “presenza attraverso l’assenza” carica di risonanze. Le sorelle raccontano molto, sottolineando quanto siano i genitori ad aver bisogno di aiuto.

L’incontro a casa rappresenta un punto di svolta. Nei colloqui successivi, la coppia sembra aver conquistato fiducia. Suggerisco che B, pur restando fuori dalla relazione terapeutica diretta, possa trarre beneficio attraverso le trasformazioni che avvengono nel sistema famiglia.

Con l’inizio dell’anno nuovo B chiede di iscriversi a un costoso corso online. Anche se lo abbandona dopo qualche mese, il gesto apparve come un primo movimento verso l’esterno. In seguito, sorprendendo i familiari, accetta di lavorare per un breve periodo nell’azienda del padre, recandosi con lui tutti i giorni in fabbrica. L’esperienza dura una mese ma è significativa per i genitori. Tornato a isolarsi, i genitori esprimono una dolorosa delusione. Ne parliamo a lungo, lavorando sul senso di frustrazione legato al bisogno di “segni tangibili” di guarigione.

Un ulteriore cambiamento avviene quando il padre decide di impegnarsi in un’attività imprenditoriale di proprietà della famiglia della moglie. B si fa avanti per seguirlo, probabilmente consapevole del tentativo del padre di trovare finalmente un ruolo nella famiglia della madre. Il giovane mostra impegno e partecipazione identificandosi nella “sfida” paterna e coinvolgendo in più occasioni la madre. In pochi mesi, la situazione si trasforma. B trascorre del tempo fuori casa, lavora stabilmente, contribuisce alla vita familiare. Nel frattempo le sorelle, anch’esse prese dai processi di svincolo dalla famiglia, impegnano i genitori psicologicamente e da un punto di vista pratico.

La coppia, ormai centrata su tutti e tre i figli, propone di ridurre la frequenza degli incontri. Le sedute si diradano lasciando spazio a un’elaborazione più autonoma da parte della coppia.

Il tentativo di collaborazione del padre con la impresa della madre di fatto fallisce e B condivide con il genitore la delusione per il progetto mancato. B a questo punto chiede nuovamente di lavorare nella azienda del padre. Collocato in una posizione aziendale non privilegiata comincia a fare “gavetta” recandosi tutti i giorni al lavoro con il genitore. Questi viaggi condivisi permettono di approfondire la relazione padre figlio come mai in passato.

Nel corso dell’anno successivo, B avvia una psicoterapia individuale con un altro clinico. Nasce poi una relazione affettiva con una ragazza di qualche anno più giovane. B dopo poco stabilisce anche un buon rapporto con la famiglia della compagna.

Rimangono nella vita di B alcuni comportamenti di ritiro tra cui il bisogno quotidiano di qualche ora di solitudine e di videogiochi. Questi comportamenti preoccupano i genitori che tuttavia si rendono conto di come B sia ora in grado di collocarli in una cornice più consapevole e regolata.

Nelle ultime sedute il lavoro con i genitori si concentra sulla capacità di restare presenti senza invadere, di avere fiducia nei processi trasformativi che, spesso, non si manifestano secondo tempi lineari, di tollerare l’incertezza e di mantenere una presenza simbolica nel mondo interno del figlio senza sopraffarlo. Ci salutiamo con la mia disponibilità a incontrare la coppia se e quando fosse avvertita la necessità di un confronto.

Conclusioni

Ho pensato fosse utile presentare in questo lavoro alcune esperienze di psicoterapia con genitori di adolescenti in ritiro sociale che si erano rifiutati di incontrare uno psicoterapeuta. La rappresentazione che i genitori hanno del proprio figlio in ritiro è stato il focus dell’intervento terapeutico. Ho cercato di chiarire che gli adolescenti sono spesso percepiti in modo irrealistico. Questi adolescenti non sono passivi, sono vivi, intensamente emotivi e spesso perseguitati da stati interni insostenibili.

Alla fine della scuola dell’obbligo, unico punto di contatto con il mondo esterno imposto dalla società, i giovani hikikomori svaniscono nel rassicurante buio delle loro stanze, alterando il ritmo familiare per poter sopravvivere. I genitori che conservano ancora un’immagine interiore del proprio figlio come soggetto dotato di un mondo interno finiranno per chiedere aiuto. Ciò che essi portano al terapeuta è un groviglio di emozioni contraddittorie, ansie catastrofiche e una fragile speranza di trasformazione.

La psicoterapia indiretta prova ad offrire un percorso per superare questa impasse psichica sostenendo il senso di fallimento senza giudicare, aiutando a vedere il figlio per quello che è realmente e permettendo a sé stessi di essere visti. Solo attraverso questo riconoscimento reciproco la famiglia può iniziare ad emergere dal ritiro psichico che ha avvolto tutti (Steiner, 2011).

Le famiglie presentate nelle vignette di questo articolo hanno vissuto per mesi in un silenzio angoscioso. L’unico segnale della presenza dell’adolescente era per loro il ritmo cadenzato della tastiera del computer dietro una porta chiusa. L’immagine evoca una coppia che ascolta i suoni ovattati provenienti dal grembo materno ma con il terrore che la nascita psichica possa non avvenire mai.

Ognuno degli adolescenti protagonisti delle storie presentate ha vissuto i propri fallimenti nella vita reale come catastrofici e la vergogna come insostenibile. Il ritiro psichico esprime una richiesta difficile da articolare: essere accudito, riposare, regredire, sperimentare amae come bambini piccoli (Ranieri & Loscalzo, 2023).

Attraverso il processo terapeutico, i genitori hanno iniziato a comprendere come i sentimenti ambivalenti nei confronti del figlio, le proiezioni, le aspettative nate dai propri bisogni di riscatto abbiano compromesso la capacità di rispondere ai bisogni emotivi dell’adolescente. Genitori emotivamente indisponibili, eccessivamente idealizzanti, invadenti o con un eccessivo investimento narcisistico sul figlio possono ostacolare la formazione di un senso del sé coeso. L’adolescente, non riuscendo a trovare una risonanza affettiva a sostegno dei propri compiti evolutivi, cercherà nel ritiro psichico un sistema difensivo che non gli consentirà di crescere, ma che impedirà quantomeno di frantumarsi psicologicamente. Egli troverà rifugio in uno spazio mentale onnipotente e falso in grado di creare senso di sicurezza e allo stesso tempo di dare piacere (De Masi, 2006).

Nella psicoterapia indiretta i genitori trovano un confronto che prova a sollecitare una nuova comprensione della realtà psichica propria e del figlio. Il lavoro terapeutico è una occasione per “pensare l’impensabile” (Coltart, 2017) almeno quanto basta per accompagnare il ragazzo, insieme a sé stessi, verso la ripresa di un processo evolutivo.

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