Fiorenzo Ranieri
Introduzione
I luoghi possono essere intesi come contesti di vita, concentrazioni di relazioni e pratiche sociali, aree di esperienza e significato. In tal senso, influenzano il nostro modo di pensare, la nostra coscienza, il corso della nostra vita, le nostre strutture sociali, la nostra salute e il nostro benessere.
La “place identity”, concetto nato in ambito ambientalista e psicologico-sociale (Proshansky et al.,1983) è una componente della identità personale che trae origine dalla relazione con i luoghi fisici, affettivi e simbolici della esistenza. Chiamata anche “identità ambientale” (Ranieri, 2022), non è una mappa fissa del mondo, ma una geografia soggettiva del Sé, plasmata dall’attaccamento emotivo, dalla perdita e dalla trasformazione. La place identity non è un archivio lineare di luoghi passati, ma una rete viva che si riattiva nella memoria, nel sogno e nel gioco. Essa offre una cornice relativamente stabile all’elaborazione del Sé nei diversi momenti dello sviluppo. La formazione della place identity non è lineare ma piuttosto determinata da intrecci di connessioni, discontinuità, linee di fuga, in altre parole ha uno sviluppo rizomatico. In questo percorso della formazione dell’identità i luoghi interagiscono con il soggetto seguendo una organizzazione non gerarchica fatta di connessioni emotive frequentemente impreviste.
L’attenzione al rapporto tra psiche e spazio attraversa implicitamente l’intera tradizione psicoanalitica. Freud ha descritto il funzionamento mentale attraverso metafore topografiche e relazioni spaziali tra parti della mente, concependo la psiche come una struttura articolata in regioni, confini e stratificazioni (Freud, 1939, pp 337 – 446). Alcuni autori hanno osservato come la psicoanalisi freudiana contenga già gli elementi di una vera e propria “psicologia spaziale”, nella quale luoghi, confini e relazioni di prossimità contribuiscono all’organizzazione dell’esperienza soggettiva (Dion, 2012, pp 63 – 113). Successivamente Winnicott (1971, pp 95 – 103) ha sviluppato questa intuizione introducendo il concetto di spazio potenziale, lo spazio intermedio in cui il bambino costruisce il gioco, la simbolizzazione e la relazione con la realtà. Più recentemente, alcuni autori hanno sottolineato come il primo luogo della vita psichica sia il corpo stesso, spazio originario attraverso cui il soggetto inizia a orientarsi nel mondo (Lemma, 2002). In questa prospettiva la place identity può essere pensata come una organizzazione progressiva delle relazioni tra corpo, spazio e memoria.
È stato ipotizzato che esistano delle configurazioni spaziali di base che si verificano come risultato dei movimenti compiuti dal soggetto nella sua lotta per ottenere uno spazio per l’esperienza: alcune di queste configurazioni facilitano lo sviluppo, altre possono distruggerlo. Tali configurazioni sarebbero una caratteristica sia degli ambienti interni che di quelli esterni e contribuiscono sia alla costituzione della identità che all’ordinamento del mondo sociale (Hoggett, 1992)
In contesti di sviluppo disorganizzato o traumatico, quando l’interazione con il mondo umano non aiuta la crescita della mente, anche il legame con l’ambiente può essere deformato fino alla frantumazione e alla polverizzazione, determinando una alterazione del “sense of place” o “senso del posto” ovvero del senso di appartenenza e di orientamento affettivo rispetto ai luoghi (Qazimi, 2014). È anche vero che, proprio se immersi in relazioni umane caotiche, i luoghi, rappresentazioni interne più facili da gestire emotivamente, possono offrire continuità ed una parvenza di stabilità.
La stanza della psicoterapia può diventare un nodo del rizoma, uno spazio di co-creazione e riscrittura dell’identità, anche e soprattutto a partire da ciò che è stato interrotto, disperso, non detto. Vivere emotivamente in terapia con i bambini o gli adolescenti che hanno smarrito in qualche modo la narrazione di se stessi e del loro mondo può consentire di riunire i frammenti sparpagliati della storia personale. I punti sparsi diventano un tracciato, una pista da seguire che può portare almeno ad un riavvicinamento a se stessi, al proprio corpo (primo luogo esplorato e primo luogo identitario – Lemma 2010), ai tanti contenuti emotivi dovuti alle proprie memorie, ai luoghi familiari, agli spazi vissuti quotidianamente, ai linguaggi ascoltati, agli ambienti umani attraversati.
In un periodo storico segnato da eventi difficili e in alcuni casi catastrofici, tante famiglie si allontanano dai paesi di origine. Bambini e ragazzi vedono la loro “place identity” alterata, spezzettata, esposta ad attacchi da parte del mondo che li circonda e dal proprio bisogno di trovare un equilibrio anche ricorrendo a massicci meccanismi difensivi. L’identità si costruisce anche attraverso i luoghi che hanno contenuto, rispecchiato, o ferito. Alcuni spazi fisici, interiorizzati come oggetti della mente, possono perdersi nel trauma; altri, invece, possono rinascere nella cura.
In questo contributo propongo una riflessione teorico-clinica riportando vignette tratte dal trattamento di due pazienti provenienti da contesti geografici e sociali lontani. I due casi clinici sono simili per la frantumazione della place identity. Entrambi i trattamenti hanno affrontato un percorso che ha permesso di ricostruire una narrazione di sé attraverso una progressiva ricomposizione della identità corporea e ambientale.
Caso 1 – Il corpo come primo luogo abitabile
Emma è una preadolescente nata da padre italiano e madre proveniente da una famiglia asiatica trasferitasi in Africa da diverse generazioni. Emma ha vissuto in Africa fino all’età di sei anni, quando la famiglia si è trasferita in Italia per permetterle di iniziare il percorso scolastico. Il padre, per motivi di lavoro, è rimasto in Africa fino ai nove anni della figlia, lasciando la madre sola con due bambini in un paese di cui non conosceva la lingua e senza una rete sociale significativa.
Quando i genitori arrivano in consultazione nel Servizio Pubblico Emma ha circa dodici anni. Il padre viaggia molto per lavoro e sembra un uomo adirato con la sorte. La madre ha un’aria dimessa. Dopo sette anni dall’arrivo quasi non parla italiano. Non lavora e trascorre le giornate per lo più a casa. I genitori descrivono una ragazzina molto cambiata da quando era bambina. Emma è irritabile, talvolta aggressiva, chiusa nei confronti dei familiari, con difficoltà scolastiche, una tendenza crescente al ritiro sociale e un uso prolungato di dispositivi digitali. A fine colloquio mi colpisce che entrambi i genitori affermano di desiderare il ritorno in Africa.
Emma è affidata a una giovane psicologa con la mia supervisione. Nella prima seduta Emma racconta qualcosa di sé. In Africa ha frequentato la scuola e ricorda che tutti i bambini camminavano scalzi impegnati in attività che la ragazzina ormai ha dimenticato. La scuola materna in Italia invece aveva panchine e un grande tavolo per colorare.
Le prime sedute si rivelano presto difficili. Emma parla pochissimo, evita lo sguardo e sembra infastidita dalla presenza della psicologa. La collega riporta un forte senso di frustrazione e impotenza e l’impressione di trovarsi di fronte a una ragazza completamente chiusa e seccata di essere lì con lei. Introduciamo fogli e pennarelli.
I primi disegni sono disorganizzati: piccoli cerchi dispersi sul foglio, grovigli di linee sovrapposte, segni ripetitivi che occupano lo spazio senza costruire forme riconoscibili.
Fig 1
Fig 2
Il silenzio di Emma è quasi totale. Nella psicologa questi disegni suscitano sentimenti di disorientamento e inutilità, che progressivamente iniziamo a comprendere come una la sua risposta emotiva a una realtà psichica frammentata e difficilmente rappresentabile. I segni confusi ci stanno dicendo qualcosa di Emma.
Compaiono poi due masse cromatiche distinte, una rossa e una blu. Ipotizziamo che quelle figure rappresentino nuclei affettivi isolati, polarità non ancora integrate nello spazio psichico. La rappresentazione non riguarda ancora persone o luoghi, ma campi di esperienza difficili da organizzare simbolicamente. Alla frustrazione iniziale si sostituisce gradualmente nella psicologa un senso di curiosità e di coinvolgimento.
Fig 3
Fig 4
Più avanti Emma per la prima volta disegna parti di un volto: una volta occhi azzurri, oppure labbra, nasi. Progressivamente queste parti si organizzano fino alla comparsa di un viso.


Fig 5 Fig 6

Fig 7 Fig 8
In una seduta Emma si dedica anche a fare prove di calligrafia, tentando di scrivere il proprio nome nella forma più piacevole. Sembra alla ricerca di una rappresentazione identitaria.
In supervisione abbiamo l’impressione che prima di poter raccontare relazioni o eventi della propria storia per Emma sia necessario costruire una rappresentazione abitabile del corpo. In altre parole, il corpo come primo luogo psichico organizzato.
Dopo le vacanze natalizie compare per la prima volta un corpo quasi intero. È una figura adolescente dalle forme snelle, inizialmente priva di gambe, con lunghi capelli che coprono le mani. Le gambe e i piedi vengono disegnati su un secondo foglio.
Fig 9
Fig 10
Emma comincia lentamente a parlare. Le sedute si animano di brevi conversazioni, spesso attraversate da ambivalenza: momenti di avvicinamento si alternano a richieste di distanza. Nuovi corpi vengono disegnati, quasi mai completi. Poi compare una figura intera con scarpe particolari. Nel disegno successivo i piedi scompaiono.

Fig 11 Fig 12 Fig 13
In questo periodo Emma racconta del suo desiderio di iniziare danza. Da quel momento le sedute sono attraversate da domande, disegni e fantasie legate alle scarpette da danza: come sono fatte, come si indossano, quali possano essere quelle adatte. Il lavoro terapeutico si trasforma in uno spazio di esplorazione del rapporto tra corpo e luogo. La bambina che camminava scalza in Africa ora deve trovare un modo di stabilire un contatto con la terra mediato dalle scarpette che forse più di tutte rappresentano il mondo incontrato trasferendosi.

Fig 14 Fig 15

Fig 16
Progressivamente i disegni lasciano spazio al dialogo e vengono quasi abbandonati. Emma si iscrive a danza mentre, nello stesso periodo, la madre trova lavoro e costruisce nuove relazioni sociali. La ragazza e la sua famiglia sembrano lentamente aprirsi al mondo. L’ultimo disegno (Fig 16) prima del definitivo passaggio al verbale in seduta rappresenta per la prima volta un panorama, delle montagne che vengono poi trasformate in colline.
Caso 2 – Dalla polverizzazione del luogo alla rinascita della mente
Sara è un’adolescente adottata a 11 anni e mezzo proveniente da un Paese baltico, con una storia di trauma evolutivo cumulativo: grave trascuratezza e isolamento durato per anni, violenza assistita, morte traumatica della madre, incarcerazione del padre e istituzionalizzazione.
Quando a 13 anni e mezzo ho incontrato Sara la cosa che mi ha colpito non è stata soltanto la sofferenza affettiva, ma una particolare qualità della sua esperienza mentale: una frammentazione della identità ambientale profonda.
La sua storia era ripetuta in modo meccanico, “come un disco rotto”. I ricordi non erano organizzati in scene, ma in frammenti isolati. Anche i luoghi della sua infanzia non apparivano come paesaggi abitabili, emergevano come nomi di città nel gioco dell’impiccato, bandiere da indovinare, mappe mostrate senza coinvolgimento emotivo. Il momento clinico che meglio rappresenta questa condizione è una serie di disegni fatti di puntini colorati sparsi sul foglio.

Fig 1 Fig 2
Sembrava che la memoria di Sara si fosse polverizzata. La place identity, intesa come integrazione affettiva dei luoghi nella costruzione del sé, appariva in Sara gravemente compromessa. Lunghi anni di trauma cumulativo non avevano solo rovinato il legame con le figure primarie. In Sara era stata alterata la possibilità stessa di abitare uno spazio interno coerente.
Durante i primi mesi di psicoterapia Sara mi ha sottoposto a continue prove: test geografici, bandiere, nomi di città sconosciute. Io mi sentivo confuso, disorientato, talvolta “stupido”. Dimenticavo nomi, scambiavo bandiere, perdevo l’orientamento. Il mio disorientamento e i miei errori in geografia divertivano molto Sara – insegnante. Nel controtransfert vivevo qualcosa di molto simile alla sua esperienza interna, una perdita del senso di luogo.

Fig 3 Fig 4
Mi resi presto conto che il lavoro non consisteva nel ricostruire la storia ma nel restare dentro quella frammentazione senza ritirarmi. Il setting ha progressivamente assunto la funzione di uno spazio stabile e non intrusivo, un luogo mentale affidabile dove l’esperienza poteva essere depositata senza andare in frantumi. Attraverso il gioco – soprattutto giochi di riconoscimento, carte geografiche, anche libri di geografia – la paziente iniziava a condividere oggetti e luoghi. Non chiedeva informazioni corrette; cercava una mente capace di esplorare con lei. Quando io non sapevo, e restavo comunque presente, qualcosa si trasformava. Dopo la fase dei puntini, nei disegni compaiono tracce. Linee. Percorsi. Strade. In un disegno due pennarelli seguono traiettorie diverse, si incontrano, si separano, si riavvicinano. Compare la parola “traccia”. Per la prima volta non vediamo solo frammenti, ma connessioni. Era come se la disponibilità dello psicologo a tollerare confusione e incertezza avesse iniziato a fornire una griglia spaziale interna.

Fig 5 Fig 6
Solo nella seconda metà della terapia appare una casa. E dentro la casa, le persone. Attraverso costruzioni Lego, la paziente rappresenta la sua abitazione originaria e le dinamiche violente che vi si svolgevano. Prima di poter raccontare la scena traumatica era stato necessario ricostruire lo spazio. La sequenza nel nostro percorso sembra essere stata dai frammenti alle tracce al paesaggio alla abitazione alle relazioni.
In questo senso il luogo terapeutico ha funzionato come spazio ricompositivo. Evidentemente per Sara non ero soltanto un oggetto relazionale, ma un luogo mentale transitorio in cui i frammenti potevano essere tenuti insieme permettendo che la funzione riflessiva danneggiata da innumerevoli traumi potesse poco per volta essere riparata.
Verso la fine della terapia compare un disegno particolarmente significativo: un albero genealogico in cui la paziente distingue chiaramente la famiglia originaria dalla famiglia adottiva. Per la prima volta le due appartenenze non sono confuse né sovrapposte. Se i luoghi possono essere distinti si può pensare ad un prima ed un dopo, a una differenza tra vecchio e nuovo. La ricomposizione spaziale precede e rende possibile la riorganizzazione identitaria.
Nelle ultime sedute, in prossimità della separazione, la paziente mi rappresenta in due disegni. Nel primo sono una figura definita. Nel secondo divento una spirale colorata in movimento. La separazione può frammentare. Ma la spirale non è frammentazione. È movimento continuo. È forma che contiene il dinamismo senza dissolversi. In quel momento ho avuto la sensazione che il luogo terapeutico potesse essere interiorizzato non come presenza concreta, ma come funzione trasformativa.


Fig 7 Fig 8
Il trauma aveva prodotto una polverizzazione: punti isolati senza coordinate. La relazione terapeutica ha offerto una mente utilizzabile per contenere, collegare, tollerare. Il setting è diventato uno spazio ricompositivo. La funzione riflessiva progressivamente si è potuta riattivare fino a rappresentare la separazione.
Conclusioni
Le due vignette cliniche mostrano due modalità diverse di lavoro con la place identity: nel caso di Emma il processo terapeutico riguarda la costruzione di un primo luogo abitabile nel corpo; nel caso di Sara la psicoterapia affronta la ricomposizione di una geografia mentale frammentata dal trauma.
Con Emma il processo avviato in psicoterapia è stato quello di costruire progressivamente un primo luogo abitabile. Il corpo ha costituito il punto di partenza di questo processo. Attraverso la rappresentazione grafica, l’esplorazione simbolica dei piedi e delle scarpe e infine l’esperienza concreta del movimento nella danza, la paziente ha potuto costruire una forma di identità corporea alla base per l’integrazione delle diverse appartenenze culturali e relazionali.
Il caso di Sara suggerisce che, nei traumi evolutivi gravi, il confronto con la identità ambientale e il senso del luogo può precedere e facilitare il lavoro con gli ogget
(Il lavoro è stato presentato nelle sezioni parallele del convegno internazionale: “La nascita della mente nella relazione” – Firenze 2026)
Bibliografia
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