Fiorenzo Ranieri
Intervento presentato al Convegno “Solitudine e relazioni” organizzato dall’Ordine degli Psicologi della Toscana il 22 e 23 gennaio 2026 (atti disponibili all’indirizzo:
https://www.fondazionepsicologi.it/quaderni/solitudine-e-relazioni-volume-2/)

Introduzione
Questo contributo propone alcune riflessioni sul rapporto che adolescenti e giovani adulti in autoreclusione volontaria chiamati in letteratura “hikikomori” intrattengono con il proprio corpo. Le osservazioni derivano dalla mia esperienza clinica e dalle informazioni ricavate dalla letteratura scientifica. Gli spunti poi emersi nel seminario annuale Il fenomeno Hikikomori – Una prospettiva psicoanalitica del ritiro psichico e sociale nel ciclo di vita, organizzato dal Centro Studi Martha Harris di Firenze e co-condotto con la dott.ssa Miriam Monticelli si sono rivelati molto utili.
Quando incontriamo adolescenti e giovani adulti in ritiro sociale, ciò che colpisce non è soltanto l’assenza dal mondo, ma una particolare modalità di presenza corporea. Il corpo c’è — ma come sottratto, come sospeso, come se dovesse passare inosservato.
Il fenomeno che in letteratura viene indicato con il termine hikikomori descrive una condizione di autoreclusione prolungata, inizialmente osservata in Giappone e oggi diffusa anche nei contesti occidentali. Al di là delle discussioni diagnostiche — se si tratti di sindrome autonoma, di espressione di altre psicopatologie o di condizione collocabile lungo un continuum — l’esperienza clinica mostra come il ritiro rappresenti una soluzione difensiva complessa. Non semplicemente un sintomo, ma un’organizzazione.
Molti percorsi di ritiro sembrano affondare le radici in modalità precoci di protezione psichica. Il bambino che non trova nell’ambiente una sufficiente sicurezza può costruire spazi mentali ritirati, rifugi interni che lo preservano dal dolore relazionale. In adolescenza, quando il corpo diventa inevitabilmente esposto allo sguardo e al giudizio dei pari, tali organizzazioni possono riattivarsi. Episodi di esclusione, bullismo, richieste percepite come eccessive riaccendono antiche vulnerabilità. Il ritiro allora non è un capriccio né un semplice rifiuto della realtà: è un tentativo di sopravvivenza psichica.
In questa cornice il corpo assume un ruolo centrale.
Il corpo che deve tacere
Nel ritiro stabilizzato si osserva spesso una trasformazione radicale del rapporto con il corpo. Esso non viene vissuto come veicolo di relazione, ma come oggetto da neutralizzare.
Alcuni giovani lo trascurano fino a renderlo quasi invisibile: scarsa igiene, abiti sempre uguali, posture chiuse, capelli a coprire il volto. Altri, al contrario, lo sottopongono a rituali di controllo ossessivo: lavaggi ripetuti, cura meticolosa, perfezionismo esteriore. Due modalità opposte che rispondono a una stessa logica: il corpo non deve parlare.
Questa polarizzazione — corpo abbandonato o corpo purificato — può essere letta come traccia delle prime esperienze di accudimento. Dove l’oggetto interno è stato vissuto come trascurante, il soggetto fatica a prendersi cura di sé. Dove invece l’attenzione è stata concentrata sul controllo e sulla perfezione, il corpo diventa campo di una sorveglianza incessante. In entrambi i casi manca la dimensione del corpo come luogo di incontro.
La vergogna è un affetto dominante. Il timore dello sguardo altrui conduce all’evitamento del contatto visivo e alla rinuncia a ogni forma di esposizione identitaria. Non è casuale che tatuaggi, piercing o altre modalità espressive del corpo risultino rari tra questi pazienti: segnare il corpo significherebbe attirare attenzione, mentre la difesa principale è l’invisibilità.
Il tempo del buio
Un elemento ricorrente riguarda l’alterazione del ritmo sonno–veglia. Il giorno viene evitato, la notte privilegiata. Talvolta le finestre restano chiuse per non distinguere luce e oscurità.
Non si tratta soltanto di una disregolazione biologica. Il ritmo temporale condiviso è un ritmo sociale: abitare la notte significa sottrarsi alla sincronia con il mondo. È un modo per non condividere il tempo dell’altro.
Il corpo anestetizzato
Un dato clinicamente interessante è la relativa rarità di condotte autolesive estreme nei casi di ritiro puro. Se il self-harm è spesso un tentativo di sentire qualcosa o di comunicare un dolore, il ritiro sembra svolgere una funzione anestetica. È come se l’organizzazione ritirata impedisse al dolore di trovare espressione corporea esplicita.
Paradossalmente, comportamenti a rischio possono emergere proprio quando il ritiro inizia ad allentarsi. L’uscita dal guscio espone il soggetto a un’intensità emotiva non più filtrata. Il corpo, rimasto a lungo inattivo nella scena relazionale, viene improvvisamente messo alla prova.
Sport e zone di continuità
Un piccolo gruppo di pazienti mantiene attività sportive regolari. Lo sport, soprattutto quando strutturato da regole chiare e ruoli definiti, offre una forma di relazione a prevedibilità controllata.
Negli sport individuali il corpo può diventare strumento di rinforzo narcisistico; negli sport di squadra, invece, può preservarsi una “zona di continuità relazionale” che facilita il lavoro terapeutico. In questi casi il corpo non è invisibile, ma funzionale.
Il corpo in terapia
Se nella vita quotidiana il corpo viene silenziato, in psicoterapia esso torna a parlare con forza. Nei primi incontri, lo sguardo evitato, le tensioni muscolari, la postura raccontano un dolore che non trova parole.
Esiste tuttavia un rischio controtransferale: il terapeuta può colludere inconsciamente con la necessità del paziente di escludere il corpo dalla scena relazionale. Il corpo non pensato diventa corpo non visto. Si crea un enactment silenzioso che congela il processo terapeutico.
Quando invece il corpo viene riconosciuto — anche attraverso piccoli episodi concreti, cambiamenti di aspetto, variazioni percettive — si apre uno spazio simbolico nuovo. Riconoscere reciprocamente il corpo significa riconoscere la vulnerabilità e la possibilità di cambiamento.
L’invisibilità estrema
Alcune ricerche giapponesi riportano casi in cui persone in ritiro, decedute nelle proprie abitazioni, rimangono a lungo inosservate. È un dato che colpisce profondamente: il corpo sottratto allo sguardo sembra continuare a non essere visto anche dopo la morte.
Questa dimensione liminale — tra visibile e invisibile — illumina in modo radicale la funzione del ritiro: non soltanto difendersi dal mondo, ma collocarsi ai margini dell’esperienza condivisa.
Conclusione
Mantenere viva nella mente la dimensione corporea del paziente in ritiro significa opporsi alla sua invisibilità. Il corpo non è un dettaglio secondario del fenomeno hikikomori: è il luogo in cui si gioca il conflitto tra presenza e sparizione.
Pensare il corpo in terapia significa restituirgli statuto relazionale. Significa riaprire uno spazio in cui la vita psichica possa tornare ad abitare un corpo che non deve più tacere.
Bibliografia essenziale
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