Il disagio silente degli adolescenti – Un seminario di Anna Maria Speranza

Fiorenzo Ranieri

Il 10 ottobre 2026, nell’ambito delle attività formative dell’Associazione Martha Harris di Psicoterapia Psicoanalitica per l’Infanzia e l’Adolescenza, la professoressa Anna Maria Speranza ha tenuto un seminario dedicato al disagio silente degli adolescenti.

Questo articolo propone una rielaborazione dei contenuti illustrati e richiamati dalla relatrice, mantenendone l’impostazione teorica, i principali riferimenti clinici e le indicazioni relative alla valutazione psicopatologica. Non costituisce una trascrizione dell’intervento, ma una ricostruzione ragionata dei suoi temi principali, organizzati in forma discorsiva per facilitarne la lettura e la consultazione.

Il seminario ha affrontato una questione di particolare interesse clinico: come riconoscere e comprendere quelle forme di sofferenza adolescenziale che, non manifestandosi attraverso comportamenti apertamente conflittuali o trasgressivi, possono rimanere a lungo inosservate.

Il disagio che non si vede

L’adolescenza comporta una profonda riorganizzazione dell’identità e del rapporto con il proprio corpo, con la famiglia e con il mondo esterno. Le trasformazioni fisiche e sessuali, lo sviluppo delle capacità cognitive e il progressivo movimento verso l’autonomia richiedono una ridefinizione dell’immagine di sé e delle proprie modalità relazionali.

In questo processo, l’adolescente deve confrontarsi con aspetti nuovi e non familiari della propria esperienza. Il Sé, che nell’infanzia aveva trovato una relativa stabilità, diventa nuovamente oggetto di osservazione, interrogazione e giudizio. La possibilità di esplorare il mondo e di costruire una propria identità si accompagna così a una maggiore esposizione allo sguardo degli altri.

Vergogna, inadeguatezza, timore del fallimento e sensibilità al giudizio assumono un significato particolare. Non costituiscono necessariamente manifestazioni patologiche: possono appartenere alle oscillazioni fisiologiche dell’adolescenza. Diventano clinicamente rilevanti quando limitano in modo persistente le possibilità di esperienza, di relazione e di crescita.

Alcune forme di sofferenza adolescenziale si esprimono attraverso l’opposizione, la trasgressione, la disregolazione emotiva o i comportamenti impulsivi. Altre assumono invece una configurazione meno visibile, caratterizzata dall’inibizione, dal ripiegamento su di sé e dalla progressiva riduzione degli investimenti affettivi e relazionali. È a queste ultime che si riferisce l’espressione disagio silente.

Non si tratta di una categoria diagnostica autonoma, ma di una modalità di manifestazione della sofferenza psichica nella quale il disagio viene prevalentemente rivolto verso l’interno. L’adolescente può apparire tranquillo, obbediente, adeguato alle richieste familiari e scolastiche, talvolta persino particolarmente efficiente. Tuttavia, dietro questa apparente normalità, può svilupparsi una condizione di crescente impoverimento dell’esperienza soggettiva.

L’iperadeguamento costituisce una delle manifestazioni più significative. Il ragazzo che non crea problemi, ottiene buoni risultati e risponde puntualmente alle aspettative può sostenere un costo psichico molto elevato per mantenere un’immagine di sé accettabile. Il timore di deludere, fallire o esporsi al giudizio può progressivamente sostituire la curiosità, il desiderio e il piacere dell’esplorazione.

Tra i segnali meno evidenti figurano il cambiamento del ritmo sonno-veglia, la perdita di interesse per attività precedentemente gratificanti, le somatizzazioni e una crescente fatica nel mantenere i livelli abituali di rendimento. Non sempre si verifica un crollo scolastico o relazionale: talvolta il funzionamento esteriore rimane conservato, ma richiede uno sforzo sempre maggiore. Il significato clinico di questi segnali dipende soprattutto dal loro rapporto con la storia evolutiva dell’adolescente, dalla durata e dalla progressiva limitazione delle sue possibilità di vita.

Inibizione, angoscia e funzione difensiva

Un riferimento teorico importante è rappresentato da Inibizione, sintomo e angoscia di Freud (1926). L’inibizione, distinta dal sintomo, riguarda la limitazione di una funzione dell’Io. Una persona può rinunciare a un’attività per evitare un conflitto, per proteggersi da un aumento dell’angoscia oppure perché una parte considerevole delle proprie risorse psichiche è impegnata nel mantenimento delle difese. In adolescenza, questa prospettiva permette di interrogarsi sul significato di comportamenti che potrebbero essere interpretati superficialmente come passività, disinteresse o mancanza di motivazione. Non partecipare a un’attività, evitare una relazione, rinunciare a un’esperienza o non riuscire a prendere una decisione possono rappresentare modalità attraverso le quali il soggetto tenta di proteggersi da un pericolo emotivo. La rinuncia può essere collegata a un conflitto intrapsichico, ma anche a una minaccia per l’autostima e per la continuità del sentimento di sé. In quest’ultimo caso, l’adolescente non teme soltanto di fallire: teme che il fallimento confermi una propria inadeguatezza fondamentale.

La comprensione clinica dell’inibizione richiede pertanto di considerare quale funzione venga limitata, quale angoscia possa essere evitata attraverso la rinuncia e quali conseguenze questa comporti per lo sviluppo.

Un’inibizione circoscritta può avere un significato molto diverso da una progressiva restrizione dell’esperienza, nella quale vengono sacrificati gli investimenti affettivi, le relazioni e la possibilità stessa di desiderare.

Ritiro sociale e isolamento: il caso dell’hikikomori

Una delle espressioni più evidenti del disagio silente è il ritiro sociale, che può presentarsi con intensità molto differenti, dalla riduzione delle frequentazioni fino a forme estreme di isolamento. Il fenomeno hikikomori rappresenta una delle configurazioni più gravi e persistenti del ritiro sociale. Pur presentando importanti affinità con l’ansia sociale, non può essere ricondotto automaticamente a un’unica categoria psicopatologica.

Gli adolescenti ritirati possono manifestare ansia, depressione, apatia, alterazioni del ritmo sonno-veglia, sintomi ossessivo-compulsivi, difficoltà nella regolazione emotiva e, in alcuni casi, esperienze psicopatologiche più gravi. Talvolta il ritiro è preceduto da un funzionamento scolastico e relazionale soddisfacente; in altre situazioni si inserisce in una storia di difficoltà già presenti nell’infanzia.

La distinzione tra ritiro sociale primario e ritiro secondario ad altre condizioni psicopatologiche è quindi importante, anche se non sempre semplice da stabilire.

In una prospettiva psicodinamica, il riferimento ai rifugi della mente descritti da John Steiner (1993) consente di considerare il ritiro anche come una possibile organizzazione difensiva.

L’adolescente può costruire uno spazio protetto nel quale sottrarsi a esperienze relazionali percepite come intollerabili. L’isolamento permette di ridurre l’esposizione alla vergogna, al giudizio e alla frustrazione, offrendo una sensazione di controllo e di relativa sicurezza.

Questa protezione può tuttavia comportare un prezzo evolutivo considerevole. Il progressivo allontanamento dalle relazioni limita le occasioni di confronto con l’altro, ostacola la sperimentazione di nuove capacità e può favorire l’irrigidimento delle modalità difensive.

Il seminario ha richiamato anche alcune configurazioni familiari che possono accompagnare queste condizioni. In particolare, l’idealizzazione narcisistica del figlio può rendere difficile tollerare l’insuccesso e la delusione; in altre situazioni, la crescita e l’autonomia possono essere vissute come una minaccia agli equilibri familiari, favorendo il mantenimento di posizioni infantili. Queste configurazioni devono essere considerate come possibili elementi della comprensione clinica, non come spiegazioni causali generalizzabili.

Anche il rapporto con le tecnologie digitali richiede una valutazione differenziata. Alcuni adolescenti ritirati utilizzano intensivamente videogiochi, social network e ambienti virtuali; altri ne fanno un uso modesto. Il digitale può consolidare l’evitamento, ma può anche rappresentare una delle poche possibilità residue di contatto con il mondo esterno.

Ossessività, perfezionismo e controllo

Il disagio silente può manifestarsi anche attraverso modalità ossessive che non corrispondono necessariamente a un disturbo ossessivo-compulsivo conclamato. In adolescenza, la ricerca di controllo può rappresentare un tentativo di contenere l’angoscia legata alle trasformazioni del corpo, dell’identità e delle relazioni.

Il perfezionismo scolastico, l’eccessiva attenzione all’immagine corporea, il controllo dell’alimentazione e dell’attività fisica, la rigidità delle abitudini e il ricorso a rituali possono assumere una funzione protettiva rispetto a vissuti di incertezza e inadeguatezza. In queste condizioni, il controllo non amplia necessariamente le possibilità di azione: può, al contrario, limitarle.

Un adolescente può dedicare un tempo sproporzionato alla preparazione di un compito, riscrivere ripetutamente gli appunti, rimandare una prova perché non si sente sufficientemente preparato oppure rinunciare a un’attività per il timore di non riuscire a svolgerla in modo perfetto. Il perfezionismo può così condurre alla procrastinazione e alla paralisi decisionale.

Particolare rilievo assume il rimuginio, inteso come attività mentale ripetitiva e difficilmente controllabile. L’adolescente può ripercorrere incessantemente conversazioni, errori e situazioni imbarazzanti oppure anticipare scenari futuri di fallimento e rifiuto. A differenza di una riflessione che consente di elaborare l’esperienza, il pensiero circolare tende a riprodurre continuamente gli stessi contenuti senza produrre nuove possibilità di comprensione o di azione.

L’attività mentale può diventare una modalità per evitare il contatto con emozioni difficili da tollerare. Pensare continuamente sostituisce, almeno temporaneamente, la possibilità di sentire, scegliere e agire. Anche in questo caso, il problema diagnostico non consiste soltanto nell’identificare i sintomi ossessivi, ma nel comprenderne la funzione all’interno dell’organizzazione mentale dell’adolescente.

Le radici infantili del disagio silente

Un aspetto particolarmente significativo del seminario riguarda la possibilità di individuare nell’infanzia alcuni antecedenti delle manifestazioni adolescenziali. Le forme di inibizione, timidezza, paura della novità e ritiro possono essere osservate precocemente, ma non costituiscono necessariamente indicatori di una futura psicopatologia. Alcuni bambini manifestano una particolare sensibilità agli stimoli nuovi, difficoltà nell’esplorazione, bisogno di protezione e tendenza a ritirarsi di fronte a situazioni non familiari. Queste caratteristiche possono attenuarsi nel corso dello sviluppo oppure mantenersi e assumere forme differenti.

La ricerca longitudinale di Eggum e collaboratori (2009), richiamata nel seminario, costituisce un esempio importante dell’eterogeneità delle traiettorie evolutive. Lo studio, condotto su un campione non clinico di 214 bambini attraverso quattro rilevazioni successive, ha individuato differenti andamenti del ritiro sociale: livelli inizialmente bassi e decrescenti, elevati e decrescenti, moderati e stabili, oppure moderati e crescenti. Il dato particolarmente interessante è che un ritiro inizialmente elevato può ridursi nel tempo, mentre una condizione inizialmente moderata può progressivamente accentuarsi.

La valutazione del rischio non può quindi basarsi esclusivamente sull’intensità delle manifestazioni osservate in un singolo momento. È necessario considerare la direzione del cambiamento e il rapporto tra le caratteristiche individuali e le esperienze ambientali.

Le ricerche sulla continuità psicopatologica distinguono inoltre una continuità omotipica, quando manifestazioni simili persistono nelle diverse fasi evolutive, e una continuità eterotipica, quando una vulnerabilità si esprime attraverso quadri differenti nel corso dello sviluppo.

Un’inibizione precoce può dunque mantenersi relativamente stabile oppure trasformarsi in manifestazioni ansiose, depressive, evitanti o ossessive. Non si tratta di un destino inevitabile, ma di possibilità evolutive che dipendono dall’interazione tra caratteristiche temperamentali, relazioni, esperienze e risorse individuali. Questa prospettiva rende particolarmente importante ricostruire la storia del funzionamento del bambino e dell’adolescente, evitando di interpretare le manifestazioni attuali come fenomeni isolati.

Dal sintomo al funzionamento mentale: il contributo del PDM-3

Uno dei nuclei centrali del seminario è rappresentato dalla necessità di distinguere il comportamento osservabile, la manifestazione sintomatica, il funzionamento mentale e l’organizzazione della personalità.

Due adolescenti che presentano un ritiro sociale apparentemente simile possono avere esperienze soggettive e modalità di funzionamento profondamente differenti. In un caso può prevalere il desiderio di relazione accompagnato dal timore del giudizio e del rifiuto. In un altro, il distacco può associarsi a difficoltà più profonde nella rappresentazione degli altri, nell’esperienza dell’intimità e nell’integrazione degli affetti. La valutazione psicodinamica proposta dal Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM-3) permette di considerare queste differenze attraverso l’esame delle capacità mentali, del livello di organizzazione della personalità e degli stili emergenti.

L’Asse MA prende in considerazione tredici capacità mentali, distribuite in quattro ambiti principali: processi affettivi e cognitivi, identità e relazioni, difese e coping, autoconsapevolezza e autodirezionalità. Tra le dimensioni considerate figurano la regolazione affettiva, la mentalizzazione, l’esperienza e la rappresentazione del corpo, la differenziazione e integrazione delle rappresentazioni di sé e degli altri, la regolazione dell’autostima, la capacità di fiducia e intimità, il funzionamento difensivo, la resilienza e il senso di agency.

La valutazione di queste capacità consente di comprendere non soltanto la gravità delle difficoltà, ma anche le risorse disponibili e le possibili indicazioni terapeutiche.

Particolare importanza assumono la mentalizzazione, la funzione riflessiva e la capacità di riconoscere e rappresentare gli stati mentali propri e altrui. Un adolescente può essere capace di descrivere dettagliatamente le proprie attività e i propri sintomi, ma incontrare notevoli difficoltà nel riconoscere gli affetti che accompagnano le esperienze o nell’attribuire un significato ai comportamenti delle persone con cui entra in relazione.

La capacità di agency, intesa come possibilità di percepirsi soggetto delle proprie azioni, rappresenta un’altra dimensione particolarmente significativa. Il progressivo restringimento dell’iniziativa e della possibilità di scegliere può costituire uno degli aspetti più invalidanti del disagio silente.

Accanto alla valutazione delle capacità mentali, il PDM-3 considera il livello di organizzazione della personalità emergente e i differenti stili personologici. Per le manifestazioni internalizzanti risultano particolarmente pertinenti le configurazioni depressive, ansioso-evitanti e fobiche, schizoidi e ossessivo-compulsive.

Nella personalità ansioso-evitante emergente prevalgono la vergogna, l’inadeguatezza, la sensibilità alla critica e il timore del rifiuto. Il desiderio di relazione può essere intenso, ma accompagnarsi alla necessità di sottrarsi alle situazioni nelle quali ci si sente esposti.

Nelle configurazioni schizoidi emergenti possono assumere maggiore rilievo il distacco, la difficoltà nell’intimità, la restrizione dell’espressione affettiva, il senso di estraneità e modalità peculiari di organizzazione dell’esperienza.

Nei pattern ossessivi predominano invece il controllo, la rigidità, l’attenzione ai dettagli, il perfezionismo e la difficoltà a tollerare l’incertezza o l’imperfezione.

Queste descrizioni non devono essere utilizzate per attribuire prematuramente diagnosi di personalità a bambini e adolescenti. Servono piuttosto a riconoscere configurazioni relativamente stabili del funzionamento, valutandone pervasività, rigidità e interferenza con lo sviluppo.

Ritiro, isolamento e rischio evolutivo

Il seminario ha affrontato anche il rapporto tra le manifestazioni di ritiro e ossessività e il possibile sviluppo di condizioni psicopatologiche più gravi, comprese quelle caratterizzate da alterazioni del pensiero e del rapporto con la realtà.

La solitudine e l’isolamento possono essere presenti già nell’infanzia e accompagnarsi, nel corso dello sviluppo, ad ansia sociale, paure ricorrenti, ruminazioni, depressione e particolare sensibilità alle esperienze interpersonali.

Esperienze avverse come il bullismo, la discriminazione, i conflitti familiari prolungati e la violenza possono accentuare il senso di alienazione e la vulnerabilità psicologica.

È tuttavia essenziale evitare di stabilire una corrispondenza diretta tra ritiro sociale e rischio psicotico. Il ritiro può appartenere a organizzazioni psicopatologiche molto differenti. In alcune situazioni costituisce soprattutto una difesa dall’angoscia e dalla vergogna; in altre può accompagnarsi a una compromissione più profonda della capacità di rappresentare l’esperienza, distinguere il mondo interno dalla realtà esterna e mantenere relazioni significative. La valutazione deve quindi considerare la qualità del pensiero, la mentalizzazione, le modalità difensive, la capacità di differenziazione tra sé e l’altro e la tenuta dell’esame di realtà. Questi elementi permettono di distinguere condizioni che, sul piano del comportamento osservabile, potrebbero apparire molto simili.

Il problema clinico non è soltanto stabilire quanto un adolescente si ritiri, ma comprendere che cosa accada al suo funzionamento mentale durante il ritiro e quali possibilità di relazione e trasformazione rimangano disponibili.

Comprendere il disagio silente

Il contributo principale del seminario consiste nell’aver riportato l’attenzione dalla semplice descrizione delle manifestazioni comportamentali alla comprensione del funzionamento mentale che le sostiene.

L’assenza di comportamenti disturbanti non può essere considerata un indicatore sufficiente di benessere psicologico. Un adolescente apparentemente adattato può vivere una condizione di sofferenza intensa, sostenuta da un notevole lavoro difensivo e accompagnata da una progressiva riduzione delle proprie possibilità evolutive. Allo stesso modo, il ritiro sociale, l’inibizione e l’ossessività non possiedono un significato psicopatologico univoco. La loro comprensione richiede di integrare l’osservazione dei sintomi con la ricostruzione della storia evolutiva, l’ascolto dell’esperienza soggettiva, la valutazione delle capacità mentali e l’esame delle relazioni familiari e sociali.

La distinzione tra manifestazioni transitorie dell’adolescenza e configurazioni più stabili di sofferenza non dipende soltanto dall’intensità dei sintomi, ma dalla loro pervasività, dalla rigidità delle difese e dal grado di compromissione delle possibilità di crescita.

Riconoscere il disagio silente significa dunque prestare attenzione non soltanto a ciò che l’adolescente fa o non fa, ma anche a ciò che progressivamente non riesce più a sperimentare, desiderare e rappresentare.


Riferimenti bibliografici

Eggum, N. D., Eisenberg, N., Spinrad, T. L., Valiente, C., Edwards, A., Kupfer, A. S., & Reiser, M. (2009). Predictors of withdrawal: Possible precursors of avoidant personality disorder. Development and Psychopathology, 21(3), 815–838. https://doi.org/10.1017/S0954579409000443

Freud, S. (1926). Inibizione, sintomo e angoscia. In Opere, vol. 10. Torino: Bollati Boringhieri.

Lingiardi, V., & McWilliams, N. (a cura di) (2025). Manuale Diagnostico Psicodinamico. Terza edizione (PDM-3). Milano: Raffaello Cortina Editore.

Steiner, J. (1993). Psychic Retreats: Pathological Organizations in Psychotic, Neurotic and Borderline Patients. London: Routledge.


Nota sul seminario e sulla relatrice

Questo articolo è una rielaborazione dei contenuti presentati dalla professoressa Anna Maria Speranza nel seminario Il disagio silente degli adolescenti, tenutosi il 10 ottobre 2026 nell’ambito delle attività formative dell’Associazione Martha Harris di Psicoterapia Psicoanalitica per l’Infanzia e l’Adolescenza. Il testo è stato organizzato e riformulato per finalità di studio e divulgazione, cercando di conservarne i contenuti teorici e clinici fondamentali. Non costituisce una trascrizione né un testo revisionato dalla relatrice.

(1) Anna Maria Speranza è psicologa, psicoterapeuta e professoressa ordinaria di Psicopatologia dello Sviluppo presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute della Sapienza Università di Roma. È stata direttrice della Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica e ha diretto il Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute. La sua attività scientifica riguarda principalmente la psicopatologia dello sviluppo, l’attaccamento, la regolazione affettiva, la valutazione diagnostica nell’infanzia e nell’adolescenza e le relazioni tra esperienze precoci e psicopatologia. Ha partecipato alla curatela delle sezioni dedicate all’infanzia dei manuali diagnostici psicodinamici PDM-2 e PDM-3.

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