Il ritiro psichico e il maladaptive daydreaming negli adolescenti e nei giovani adulti

Fiorenzo Ranieri

Il ritiro psichico rappresenta una delle esperienze più enigmatiche e feconde dello sviluppo adolescenziale. È il movimento con cui la mente si ritrae dal mondo esterno per abitare un altrove interno, popolato da immagini, fantasie e scenari che assumono valore di rifugio, protezione o compensazione. In questa soglia tra mondo interno e mondo esterno, tra pensiero e azione, si colloca il fenomeno del maladaptive daydreaming: una forma di attività immaginativa intensa e immersiva che può divenire, quando perde la funzione simbolica e relazionale, un vero e proprio ritiro psichico.

Dal ritiro sociale al ritiro psichico

Negli ultimi decenni il fenomeno dell’hikikomori ha portato l’attenzione sul ritiro sociale visibile: giovani che si isolano fisicamente, rinchiudendosi nella propria stanza, interrompendo relazioni e attività. Tuttavia, il ritiro osservabile è spesso l’epilogo di un processo più profondo, interno e invisibile: un ritiro psichico che precede e fonda quello comportamentale. Il soggetto si allontana progressivamente dall’esperienza condivisa, rifugiandosi in un mondo mentale auto-costruito, in cui può mantenere un senso di controllo e coerenza identitaria. Senza questa regressione immaginativa, nessun ritiro sociale duraturo sarebbe possibile: il corpo può isolarsi solo dopo che la mente si è già ritirata.

Il mondo interno come rifugio e come prigione

Già Winnicott aveva descritto la necessità, per l’adolescente, di creare uno spazio intermedio tra realtà e fantasia, una zona di gioco dove elaborare conflitti e paure. Ma quando l’ambiente non offre sufficiente contenimento o riconoscimento, questa area transizionale può diventare una “realtà privata” (Meltzer), un sistema autarchico di significati che non si apre più all’altro. Bion e Tustin, riflettendo sull’autismo e sull’isolamento, avevano colto la funzione protettiva del guscio sensoriale e immaginativo che difende l’Io da un mondo percepito come persecutorio o caotico. Blos e Winnicott mostrarono come, in adolescenza, la fantasia possa assumere un ruolo ambivalente: regressivo o trasformativo, a seconda della qualità del legame con l’ambiente. John Steiner (1993), in Psychic Retreats, ha proposto una formulazione particolarmente utile: il “rifugio della mente” è un luogo interno in cui il soggetto si ritira per evitare la sofferenza legata alla dipendenza e alla perdita, ma dove finisce per rinunciare anche alla vitalità psichica e al pensiero. È un rifugio che, da protettivo, diventa prigione.

Il maladaptive daydreaming, nella prospettiva di Eli Somer (2002, 2016, 2023), si colloca pienamente in questa linea: è una fantasia strutturata e immersiva che nasce come strategia di autoregolazione e di compensazione narcisistica. L’individuo costruisce scenari complessi, con personaggi, trame, dialoghi e stati emotivi intensi, spesso accompagnati da musica o movimenti corporei ripetitivi. Nel tempo, però, questo mondo alternativo può sostituire il contatto con la realtà, generando un isolamento interno che precede e talvolta determina quello sociale. In questo senso, il maladaptive daydreaming può essere inteso come una versione contemporanea del rifugio mentale, costruita non più soltanto con difese inconsce tradizionali, ma con strumenti immaginativi e narrativi potenziati dalle culture mediali e digitali.

Il maladaptive daydreaming come ritiro psichico

Il maladaptive daydreaming può essere compreso come una forma contemporanea di ritiro psichico: una difesa dissociativa e creativa insieme, che consente di mantenere una continuità identitaria quando il mondo esterno è troppo frustrante, intrusivo o indifferente. Rispetto ai ritiri descritti da Meltzer o Tustin, esso introduce due elementi nuovi:

  1. La mediazione tecnologica – la musica in cuffia, i contenuti digitali e la rete amplificano la possibilità di costruire mondi immaginari totalizzanti.
  2. La dimensione narrativa e seriale – il daydreaming si struttura come un racconto in corso, una fiction personale che evolve nel tempo e che può diventare più reale della realtà stessa.

Negli adolescenti e nei giovani adulti, questa dinamica riflette la difficoltà di trovare luoghi reali in cui mettere in gioco il proprio mondo interno. Quando la realtà non risponde, la mente si auto-organizza in un mondo parallelo. Come ha scritto Somer, il daydreamer “non sogna per evadere, ma per sopravvivere.”

Conclusioni

Il mondo interno dell’adolescente e del giovane adulto, già di per sé carico di transizioni identitarie e tensioni evolutive (Blos, 1962; Winnicott, 1958), può trasformarsi in uno spazio virtuale di sopravvivenza psichica. Le fantasie onnipotenti che dovrebbero favorire la separazione e l’autonomia diventano un universo alternativo, coerente ma autoreferenziale. Quando manca un ambiente relazionale capace di accogliere il pensiero e il sogno, l’immaginazione smette di essere gioco e diventa clausura.

Il withdrawal osservabile — come nel caso dell’hikikomori — è solo la manifestazione esterna di un withdrawal interno: senza ritiro psichico non può esserci vero ritiro sociale. In entrambi i casi, la mente tenta di preservarsi dall’incontro con l’altro e con il limite. Ma se il ritiro sociale è visibile e misurabile, quello psichico resta invisibile, celato nelle trame narrative dell’immaginazione.

Comprenderlo significa riconoscere che il ritiro non è solo un fenomeno comportamentale, ma un’esperienza affettiva e simbolica che interroga il confine tra protezione e perdita del Sé. Il ritiro psichico non è soltanto un sintomo, ma anche un tentativo di cura: il modo con cui l’apparato psichico protegge la propria integrità quando l’incontro con l’altro appare intollerabile o inefficace. Tuttavia, quando l’altro non arriva, la fantasia si chiude su se stessa, trasformando il rifugio in prigione.

Comprendere il maladaptive daydreaming come forma di ritiro psichico significa allora riportare l’attenzione sulla funzione vitale dell’immaginazione, sulla sua ambivalenza tra guarigione e alienazione. Solo uno sguardo clinico capace di riconoscere questa doppia natura potrà restituire al soggetto la possibilità di tornare a sognare insieme a un altro.

Note bibliografiche

Bion, W.R. (1962). Learning from Experience.Blos, P. (1967). The second individuation process of adolescence.

Meltzer, D. (1974). Sexual States of Mind.

Somer, E. (2002). Maladaptive Daydreaming: A qualitative inquiry. J. Contemp. Psychotherapy, 32(2), 197–212.
Somer, E., Lehrfeld, J., Bigelsen, J., & Jopp, D. (2016). Development and validation of the Maladaptive Daydreaming Scale. Consciousness and Cognition, 39, 77–91.

Somer, E., Herscu, O., & Soffer-Dudek, N. (2023). Maladaptive Daydreaming: Twenty Years of Research. Frontiers in Psychology, 14, 1088932.

Steiner, J. (1993). Psychic Retreats: Pathological Organizations in Psychotic, Neurotic and Borderline Patients. Routledge.

Tustin, F. (1981). Autistic States in Children.

Winnicott, D.W. (1958). The capacity to be alone.

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